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Antonio Donghi (Roma 1897 - Roma 1963)

Antonio Donghi (Roma 1897-1963) esordisce nel 1922 con un paesaggio urbano che viene accolto nella mostra curata in quell’anno dalla Società amatori e cultori di Belle Arti di Roma. Il riconoscimento della sua presenza nell’arte a Roma è immediato, sicché l’anno seguente egli partecipa alla Seconda Biennale Romana nella stessa sala che ospita Carlo Socrate e Francesco Trombadori, fautori d’una ripresa di tradizioni “classiche”.
Ebbe rapporto con il gruppo raccolto attorno a Valori Plastici e alla sua complessa e diramata elaborazione revisione critica dell’arte contemporanea, e frequentò la cosiddetta Terza saletta del caffè Aragno a Roma che costituì a lungo un centro vivace d’incontri informali ma intensi tra artisti, letterati, poeti e storici dell’arte, Roberto Longhi in primo luogo. Il precoce orientamento verso una nuova figurazione, così intensamente appuntata sulle cose da farsi quasi ossessiva, lo fa accogliere sin dal 1925 alla mostra nella quale a Mannheim si presentò il gruppo tedesco della Nuova Oggettività. Poco dopo, il critico tedesco Franz Roh parlò di “realismo magico” a proposito di alcuni degli artisti emersi con la Nuova Oggettività.
D’allora in poi Donghi ottiene ripetute e significative affermazioni con mostre in Italia e all’estero, mentre dal critico Ugo Ojetti al musicista Alfredo Casella riceveva rilevanti consensi.
La definizione  di “realismo magico” può essere pienamente accolta per il misterioso stupore che sorge di fronte allo sguardo intensamente fisso che Antonio Donghi rivolge a brani di natura, a paesaggi urbani, e a scene che nella classificazione tradizionale si definirebbe come “di genere”.


Antonio Del Guercio